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	<title>Anna Maria Casale</title>
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	<description>Psicologa Psicoterapeuta</description>
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	<title>Anna Maria Casale</title>
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		<title>INTERVISTA AD ANNA MARIA CASALE – Nella mente del criminale</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 09:31:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[SETTIMANALE  “VISTO” &#160; Psicologa, psicoterapeuta, professoressa universitaria, docente di Criminologia e Psicologia Giuridica. E non è tutto. Anna Maria Casale è anche fondatrice dell’Accademia di Criminologia e Scienze Forensi “PSICEF” che svolge attività di formazione in Psicologia Clinica e Forense. È una professionista si muove con disinvoltura in settori strategici molto delicati, perché sono quelli [&#8230;]]]></description>
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<p>SETTIMANALE  “VISTO”</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="page" title="Page 1">
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<div class="column">
<p>Psicologa, psicoterapeuta, professoressa universitaria, docente di Criminologia e Psicologia Giuridica. E non è tutto. Anna Maria Casale è anche fondatrice dell’Accademia di Criminologia e Scienze Forensi “PSICEF” che svolge attività di formazione in Psicologia Clinica e Forense. È una professionista si muove con disinvoltura in settori strategici molto delicati, perché sono quelli che scandagliano la mente, alla ricerca dei motivi profondi che causano sofferenza agli esseri umani. L’aggiornamento professionale è costante anche nel settore della criminologia e lei non perde nulla di tutto ciò che può aumentare il livello delle sue già alte competenze. Anna Maria Casale è rientrata di recente dagli Stati Uniti, più precisamente da Orlando, dove ha partecipato al 75° Congresso Internazionale di Scienze Forensi. La sua professione è una quelle che oggi appassiona molti giovani che si iscrivono a corsi di Psicologia Forense e Criminologia. Ecco alcuni dettagli spesso sconosciuti.</p>
<p>Partecipando all’appuntamento annuale della Conferenza Internazionale che si è tenuta ad Orlando ha avuto modo di riportare nuove soluzioni per chi, come lei, svolge la professione di criminologa e di psicoterapeuta forense?</p>
<p>«Ritengo che, in generale, ci sia sempre qualcosa in più da sapere e da scoprire, in particolare quando ci si allontana così tanto dall’Italia. Alla Conferenza in questione eravamo circa 3000 persone, arrivate da tutte le parti del mondo e nel corso dei lavori si sono susseguiti centinaia di interventi da parte di relatori di ogni nazionalità. Un’esperienza simile ti aiuta senza dubbio ad aprire la mente e a non rimanere focalizzato su quello che già conosci e soprattutto, a non concentrarti e basarti unicamente su ciò che si fa in Italia».</p>
</div>
<div class="page" title="Page 1">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><strong>Gli Stati Uniti a volte sono qualche passo avanti rispetto a noi, ma è poi possibile riportare nel nostro paese ciò che si apprende dalle loro parti? Intendo dire: l’innovazione va bene, ma siamo pronti a utilizzarla e anche a livello normativo, su certe dinamiche investigative, siamo pronti a usare tecniche diverse?</strong></p>
</div>
<div class="page" title="Page 1">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>«Mettiamola così: noi professionisti cerchiamo di portare innovazione e nuove tecniche che a volte apprendiamo all’estero.<br />In realtà non si inventano nulla di nuovo, la differenza consiste nel fatto che loro applicano certe metodiche e certi processi che conosciamo e che sono ampiamente sperimentati, mentre da noi si stenta ancora, a volte, a essere metodici come lo sono gli americani. La formazione continua, peraltro, è sempre più importante in particolare in quest’ambito ed è in continua evoluzione. Anche perché le tecniche scientifiche si affinano sempre di più, e di conseguenza quello che possiamo fare e i risultati che possiamo ottenere, diventano sempre più precisi».</p>
<div class="page" title="Page 1">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>A proposito di Intelligenza Artificiale applicata alle indagini forensi: è sufficiente a risolvere un caso o la sensibilità umana sarà sempre necessaria?</p>
<p>«La sensibilità umana, in special modo in certe professioni, sarà sempre richiesta. Ad un sistema di AI si possono richiedere determinati risultati, ma è grazie all’intuizione, alla capacità umana di intera- gire umanamente con le situazioni reali che si possono raggiungere i risultati desidera- ti. Direi che l’integrazione umano-intelligenza artificiale può migliorare questi processi».</p>
<p><strong>Tornando alla sua recente esperienza vissuta al Congresso di Orlando: cosa porterà nella sua professione di quanto appreso in quei giorni?</strong></p>
<div class="page" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>«Tanto, anche sotto il profilo umano ed emozionale. Ho rafforzato la consapevolezza che il mio lavoro è qualcosa che va oltre, che non è un campo arido che si ferma alle indagini ma è un processo evolutivo, da cui continuare a imparare. A Orlando le sessioni da seguire sono state 13: dal- la psichiatria alle scienze comportamentali, passando per altri ambiti fondamentali per la professione. Partecipare a queste sessioni mi ha aiutato a capire an che che le soluzioni che decidiamo<br />di mettere in campo rispetto a determinati disturbi, come per esempio quelli di tipo psichiatrico o quelli della sfera comportamentale, per esempio i disturbi dell’attenzione di cui oggi si parla molto, possono essere affrontati guardando in maniera prismatica gli individui».</p>
<p><strong>La moderna psichiatria tende a curare, come ritengono alcuni, pre- scrivendo troppi psicofarmaci e senza guardare troppo alle ragio- ni che hanno portato a disturbi del comportamento. Qual è il suo pensiero a riguardo?</strong></p>
<p>«In alcuni casi la farmacologia è indispensabile come approccio immediato alla terapia, ma non tutti i casi sono da curare attraverso i farmaci, ovviamente. La psicoterapia è necessaria poiché i farmaci servono per abbassare i sintomi (la punta dell’iceberg) la terapia per curare la parte più profonda che quel sintomo lo ha innescato (la base dell’iceberg). Senza la cura della parte profonda, ovvero i sintomi, eliminando i farmaci, o tornerebbero o si tra- sformerebbero in nuove manifestazioni sintomatologiche».</p>
</div>
<div class="page" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><strong>Oggi si sente spesso parlare di Criminal Profiling e in generale la criminologia attrae molto, anche perché esistono trasmissioni televisive basate sui casi di cronaca nera che hanno fatto esplodere la passione per questo settore.</strong></p>
</div>
<div class="page" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>«Per ciò che concerne il Criminal Profiling si tratta di metodiche relativamente nuove che fanno parte di nuove scienze che si integrano alla psicologia. È un settore molto affascinante che coniuga la psicologia con l’investigazione tradizionale. Riuscire a stilare un profilo di personalità per fornire un aiuto, talvolta sostanziale, nel processo investigativo è di grande soddisfazione. Per anni si è lavorato at- traverso l’investigazione, oggi bisogna essere formato anche su altri aspetti e metodiche ma è un bene poter contare su questa continua evoluzione e sulle ottime opportunità di apprendimento che ci fornisce la formazione continua».</p>
<p><strong>L’esperienza si fa sul campo ma la formazione è fondamentale. Oggi si tende un po’ troppo a ritenersi competenti magari solo perché si è conseguito un titolo accademico, non trova?</strong></p>
<p>«È verissimo. Non basta studiare e specializzarsi, è necessario formarsi, fare la gavetta, poi lavorare e seguire le persone che, prima di te, hanno abbracciato la professione. Un po’ di umiltà aiuta a crescere, a imparare e dunque serve per diventare professionisti preparati».</p>
<div class="page" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><strong>I nuovi metodi investigativi aiu- tano a non lasciare a piede libero un assassino?</strong></p>
<p>«Certamente. Basti pensare a casi che sono stati riaperti, come quello dell’omicidio di Valentina Salomone, ma lo stesso caso della morte di Mario Biondo in Spagna: se a qualcuno non fosse venuto in mente di rivalutare le indagini, quei casi sarebbero stati chiusi senza proseguire le indagini in maniera approfondita. Il caso di Mario Biondo, poi, così ricco fin dai primi istanti di elementi non analizzati né repertati che facevano comprendere come non fosse ipotizzabile il suicidio, deve far riflettere».</p>
<p><strong>Chi è Anna Maria Casale, quando dismette i panni della professionista? </strong></p>
<p>«Adoro viaggiare perché mi dà un grande senso di libertà che non trovo in altre attività. Viaggiare, passare inos- servata in luoghi lontani, accanto alle persone che amo, mio marito e i miei figli, mi regala quella sana libertà che non posso concedermi quando lavoro. Scegliamo preferibilmente mete estere, dove riesco ad estraniarmi totalmente. Poi, c’è la quotidianità: ho due figli ma- schi e un marito (commercialista) da sfamare. Lui però molto spesso mi dà una mano».</p>
<p><strong>Qualche volta porta il lavoro a casa?</strong></p>
<p>«Molto raramente a dire il vero. In casa torno a essere la mamma e la mogli. Faccio uno stacco totale da tutto ciò che rappresenta la mia vita professionale».</p>
<p><strong>Che moglie e mamma è? Riesce a coniugare una professione comples- sa come la sua con la dimensione familiare?</strong></p>
<p>«A volte temo di concedere poco tempo alla mia famiglia, credo che dipenda dal fatto che, effettivamente, la professione mi assorbe davvero tanto. Intimamente non so quello che pensano i miei figli di me, fino in fondo e non lo saprò mai, perché come tutte le mamme, alla fine non conosciamo i nostri figli come vorremmo. Ed è anche giusto che sia così: è una parte di loro che non ci appartiene e che resta per noi un grande mistero».</p>
</div>
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<p><a href="https://www.annamariacasale.com/wp-content/uploads/2023/04/Casale-Visto.pdf">Download Articolo in PDF</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Madri che uccidono – I figlicidi</title>
		<link>https://www.annamariacasale.com/madri-che-uccidono-figlicidi/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 06 Mar 2023 15:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[CONVEGNO “VIOLENZA IN FAMIGLIA” UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO &#160; &#160; Dott.ssa Anna Maria Casale La violenza in famiglia è un crimine che sta impegnando molti studi e risorse volti alla comprensione di questi fenomeni criminali per poter mettere in atto programmi di prevenzione. Tra i crimini più efferati ed incomprensibili che si verificano tra appartenenti alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>CONVEGNO “VIOLENZA IN FAMIGLIA”</p>
<p>UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dott.ssa Anna Maria Casale</strong></p>
<p>La violenza in famiglia è un crimine che sta impegnando molti studi e risorse volti alla comprensione di questi fenomeni criminali per poter mettere in atto programmi di prevenzione.</p>
<p>Tra i crimini più efferati ed incomprensibili che si verificano tra appartenenti alla stessa famiglia spicca per gravità, il figlicidio, in particolare l’omicidio del figli commesso dalle madri. Questo delitto è considerato contro natura poiché è attuato proprio da colei che dona la vita ad un nuovo essere umano, va in contro tendenza con la natura antropologica e culturale che vede la madre come colei che protegge, accudisce e nutre le proprie creature.</p>
<p>Ciò che protegge dalla aberrazione di questo gesto, porta a pensare che una madre assassina non possa che essere affetta da una qualche patologia psichiatrica che spieghi il gesto come clinicamente “folle”, seppur sia ben risaputo scientificamente che non è così, ci sono donne che sono realmente affette da psicopatologie che quindi non comprendono la gravità delle loro azioni, ma molte altre che invece sono lucide e consapevoli.                                      </p>
<p>Fino all’800 in Italia l’infanticidio era considerato un aggravante per il vincolo di parentela che lega la vittima all’autore del reato; con l’avvento delle discipline psicologiche, la mutazione dei complessi socio-culturali, maggiore attenzione data al fenomeno nella sua complessità, si prenderanno in considerazione non solo i fenomeni criminologici bensì diventerà importante, anche giuridicamente, considerare le condizioni fisiche e psicologiche in cui versa la madre assassina. Nel 1930 secondo l’art. 578 c.p. l’infanticidio diventerà un reato autonomo che prevede delle attenuanti per la madre che commette questo crimine, per salvarne l’onore proprio o quello del congiunto (infanticidio d’onore) la reclusione era da tre a dieci anni. Questo delitto si configurava solo se il fatto criminoso avveniva nell’immediatezza del parto per le alterazioni psicofisiche connesse ad esso proprio in virtù dei turbamenti psichici legati alla gravidanza. Per infanticidio si intende l’uccisione del neonato nei primi periodi dopo il parto.</p>
<p>Un importante ulteriore cambiamento si ha con la legge 422 del 1981 art.578 in cui si elimina definitivamente la causa d’onore ma si attribuisce maggiore rilevanza giuridica ad aspetti fino a quel momento tralasciati, questo apre la strada ad una rivalutazione fondamentale poiché si terrà conto della fragile e delicata condizione psicologica nella quale può trovarsi una donna dopo il parto. Si ipotizza l’infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale come attenuante dell’omicidio volontario “<em>la madre che cagiona l morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni. A coloro che concorrono del fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi</em>”. I genitori che uccidono i figli al di fuori di questo strettissimo arco temporale saranno colpevoli di omicidio secondo l’art. 575 del c.p. che recita “<em>chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ai ventuno anni” </em>con l’aggravante della consanguineità.</p>
<p>Questo terribile crimine è comunque numericamente sottostimato in quanto esiste ciò che in criminologia è definito il “numero oscuro” riferendosi a quei delitti che non sono stati censiti in quanto non arrivati alla conoscenza dei sanitari e delle Forze dell’Ordine. Madri che partoriscono in casa ed in luoghi non convenzionali che uccidono o abbandonano il figlio provocandone la morte. L’infanticidio che avviene al momento del parto, meglio definito come neonaticidio, è privo di premeditazione e della consapevolezza di uccidere, generalmente il reato avviene durante lo stato emozionale che segue il parto, ovvero lo stato di disagio psicologico causato dal perdurante turbamento provocato dal parto stesso. Nel periodo successivo alla nascita, infatti, sono frequenti alcuni segni di disagio psicologico spesso di tratta di forme di tipo depressivo (<em>baby blues, depressione post partum, psicosi puerpuerali).</em></p>
<p>In criminologia si definisce infanticidio l’omicidio del bambino fino ad un anno di età, invece si definisce figlicidio il delitto commesso dopo il primo anno di vita del bambino. La differenza non è data solo dall’età del minore ma anche e soprattutto dal tipo di legame che lo unisce alla madre. Nell’infanticidio il rapporto madre-figlio non ha avuto ancora modo di svilupparsi e rafforzarsi nel tempo, tanto che le madri percepiscono il figlio come un prolungamento di se stesse e per questo motivo credono, inconsciamente, di poter decidere della loro vita e della loro morte. Nel figlicidio, viceversa, c’è stato il tempo necessario per la creazione di un legame affettivo e differenziale.</p>
<p>Le cause che possono spiegare l’omicidio del figlio si possono suddividere in questo modo:</p>
<ul>
<li>Maltrattamenti con esito fatale (<em>Battered Child Syndrome)</em></li>
<li>Malattie mentali (<em>schizofrenia puerpuerale, depressione o depressione post partum</em>)</li>
<li>Figlicidio altruistico, per pietà per un figlio ammalato o malformato</li>
<li>Spostamento dell’aggressività dal partner al figlio (<em>Sindrome di Medea)</em></li>
<li>Obbedienza a credenze superiori o ritualità imposta da fedi irrazionali o pratiche occulte</li>
<li>Figlicidio di un figlio indesiderato o frutto di violenza</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra le tipologie di figlicidi bisogna annoverare quella come conseguenza data dalla <em>Sindrome di Munchausen per procura</em> in cui la madre procura volontariamente lesioni e patologie al figlio attraverso la somministrazione non necessaria e eccessiva di farmaci per apparire agli occhi dei sanitari come una madre premurosa ed amorevole. Tali comportamenti non necessari ma anzi lesivi portano il più delle volte al decesso del figlio.</p>
<p>Tra i fattori di rischio che possono predisporre alla dinamica omicidiaria possiamo includere variabili bio-psico-sociali: psicopatologie, malattie fisiche, abuso di medicinali, insonnia cronica, frustrazione esistenziale.</p>
<p>Nella valutazione psicologica, psichiatrica e criminologica delle madri assassine è fondamentale conoscere non solo il mondo intrapsichico dell’autrice del reato ma anche allargare lo studio al contesto familiare attuale e di origine, in quanto gli studi non escludono come motivazione al reato, le condizioni conflittuali in ambito familiare oltre che intrapsichiche. La conoscenza delle relazioni familiari fornisce elementi essenziali per la comprensione della criminodinamica che è indispensabile per accedere alla valutazione intra-psichica.</p>
<p>Da studi condotti dall’F.B.I emerge che le madri assassine sono donne immature psicologicamente, che spesso sono state “<em>abusate nel corpo e nell’anima”</em> sia da piccole che da adolescenti. Se non sempre è possibile trovare delle vere e proprie patologie psichiatriche in molti casi ci si trova a valutare donne che sono affette da nevrosi o disturbi di personalità. Spesso esiste un <em>Disturbo Borderline di personalità </em>per cui le madri non riescono a provare empatia e mettersi nei panni dell’altro e comprenderne le emozioni con conseguente mancanza di compassione e istinto materno, stato che in alcuni casi può essere aggravato da uso di alcool o droghe.</p>
<p>Nella complessa personalità della infanticida e figlicida sembra prevalere una intensa ambivalenza tra inclinazioni amorose e inclinazioni figlicide. L’ambivalenza materna si manifesta nelle sue polarità estreme: prendersi cura e amare il proprio figlio oppure odiarlo fino ad ucciderlo. Il legame ambivalente è mantenuto dal conflitto tra dentro e fuori caratterizzato da un’immagine pubblica perfetta e un’interiorità malata espressa nell’ambito privato, domestico ed affettivo.</p>
<p>Questa tipologia di reto ha sempre una origine multifattoriale in cui giocano un ruolo significativo elementi individuali, psicologici, familiari, culturali, sociali e psicopatologici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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